Potrei scalare l'Everest, o gettarmi tra le fiamme

Oggi è stato un momento così, di riflessione, che mi ha portato ad avere alcune rivelazioni. Non sono state riflessioni che ho fatto da sola, ero in piacevole compagnia. E sono fiera e grata delle conclusioni che ho raggiunto.
A livello di percezione fisica, ho avuto tre parti e quindi tre travagli, molto diversi tra loro. Il primo, mi è sembrato eterno. Per essere un primo parto non è poi durato così tanto, ma nella mia percezione sembrava non dovesse finire mai. In particolare la fase dilatante, è stata estenuante, avevo l'impressione che sarebbe durata per sempre.
Il mio secondo parto è stato tutto il contrario del primo. Rapidissimo, a malapena hanno fatto in tempo ad arrivare le ostetriche. La sensazione era quella del fuoco che divampa, a cui non riesci a stare dietro, che preghi che rallenti, ma che non lo fa, continua incalzante. Ero come divisa in due, tra la sensazione di non riuscire a sostenere questa folle cavalcata, e l'estasi di sapere che stavamo andando avanti come un fiume in piena. Nel terzo parto, avevo nuovi strumenti, nuove consapevolezze, Mi ero messa molto in connessione in comunicazione col mio bambino. La fase dilatante è andata avanti con calma, permettendomi di riposare, di comunicare il mio sentire, sia quando ero serena che quando mi sentivo spaventata. La fase espulsiva, è stata più impegnativa. Con quella forte sensazione che di lì a poco saremmo stati due e non più un unico corpo. Quella sensazione così forte da cui possiamo andare solo avanti, non si torna indietro. E possiamo farlo solo se siamo insieme. Un atto di fiducia cieca. E quel tuffo nel vuoto, quell'atto di fiducia cieca, l'ho sentito tutto nel mio corpo. Non è una sensazione che può lasciare indifferenti, è immensa, eterna, furiosa, piena, unica, universale, assoluta.
Tutte e tre le volte sono arrivata a quei momenti preparata, al meglio delle mie possibilità. Avevo strumenti, consapevolezza e accanto a me le persone giuste. E con tutto questo meraviglioso pacchetto di fantasmagorici strumenti, io ogni singola volta, ho sentito tutto. Ma proprio tutto.
Ci sono stati momenti in cui è stato meraviglioso, momenti in cui ho dormito, in cui ho cantato, altri in cui ho urlato, momenti in cui è stato brutale, selvaggio, momenti in cui è stato tenero, morbido, altri in cui è stato un fiume in piena, momenti in cui sapevo di stare attraversando un tunnel a senso unico alla velocità della luce e altri in cui mi sembrava di navigare acque tiepide tranquille. Ma ognuno di questi momenti l'ho vissuto e l'ho sentito.
Quello che ho capito è che per me è fondamentale sentire e attraversare queste sensazioni. Ho capito che attraversare e farmi attraversare in questo modo mi serve. Mi serve per creare il legame con i miei figli, mi serve per prepararmi a tutto quello che ci sarà dopo e mi serve per ricordarmi che per i miei figli potrei scalare l'Everest e gettarmi tra le fiamme. Ho capito che attraversare e farmi attraversare dal travaglio e dal parto mi serve per portare in superficie la mia essenza più autentica, così il primo incontro coi miei figli sarà con la me più nuda e onesta possibile.
Anche nei momenti più intensi, non ho mai dubitato che in quello che stavo provando ci fosse un senso. Anche nei momenti più feroci non ho mai chiesto di essere tolta da dove fossi.
Quando ho scoperto di essere incinta di Filippo, una delle prime cose che ho detto alle mie ostetriche, e che prima ancora dissi a mio marito è che ero spaventata perché non ero pronta per riprovare sul mio corpo l'esperienza del travaglio. Io sapevo quali mostri si sarebbero potuti affacciare durante il nostro viaggio verso il nostro primo incontro. E come ho già detto il travaglio ci spoglia e ci toglie filtri, ci espone e ci mostra nella nostra essenza più nuda e onesta, quindi i mostri hanno fatto capolino, ma io, noi, sapevamo come accoglierli e trasformarli, così non mi hanno fatto paura e sono potuta andare avanti. Forte e vulnerabile. Ben protetta e ben sprofondata dentro di noi. Una settimana dopo il mio terzo parto ho detto: Ora so che lo potrei rifare. Che non vuol dire che voglio il quarto, ma che so che un altro travaglio sarei capace di viverlo e cavalcarlo.
Quando si parla di dolore del travaglio si pensa al dolore in senso assoluto, come se di dolore ce ne fosse di un tipo solo e basta. Ah questa cosa fa male, non la voglio, cancelliamola. E culturalmente si pensa che questo sia giusto e basta. Ovviamente un'esperienza di parto positiva è tale sulla base della soddisfazione dei bisogni di quella singola donna, diade, famiglia e potrebbe essere anche un parto con epidurale, perché no?
Allo stesso tempo quello che proviamo quando andiamo incontro onda dopo onda al parto, lavora a talmente tanti livelli, emotivo, psicologico, ormonale, fisico, che definirlo solo come "dolore" è riduttivo e fuorviante. Quel viaggio, quel processo ha uno scopo, ed è quello che mi ha permesso anche di comprendere a fondo l'indole dei miei figli, che è molto in linea con il tipo di nascita che hanno avuto, e che di conseguenza mi aiuta anche ad affrontare le sfide di ogni giorno nella mia vita di genitore perché in qualche modo sono ostacoli che ho vissuto anche nei loro parti. Vivere quel processo totalizzante, mi ha permesso di allattare nel mio modo. Mi ha permesso di trasformarmi ancora e ancora.
Non posso assolutamente dire che ogni donna debba per forza passare per queste porte, se non sente che sia il modo giusto per lei di vivere la gravidanza e il parto. Ma quello che posso dire è che se sceglie di farlo, vedrà che ha senso e ragione di essere e che è una scelta comunque d'amore, non una follia masochista. Attraversare e farsi attraversare dalla nascita si sente e per quanto folle, ha perfettamente senso.