Quella faccenda strana del "nesting"

Quando ero incinta di Rachele volevo lavorare fino all'ottavo mese per usufruire della flessibilità. E poi mi andava di continuare a lavorare. A parte la nausea mi sentivo bene. Peccato che l'azienda in cui stavo, ha fatto in modo di mettermi in condizioni di lavoro più difficoltose, così che, guarda un po', alla fine non ho avuto altra scelta che mettermi in astensione anticipata. Lo so, non si fa. È ingiusto ecc ecc.

A quel punto c'erano gli schieramenti tra i colleghi:
Da una parte i "ma come, perché stai a casa? Mia moglie ha lavorato fino alla fine e tu non ce la fai?!"
Dall'altra i "ma resta a casa, chi te lo fa fare di lavorare? E poi così ti riposi e non rischi?"


Tendenzialmente guardo con grande sospetto gli estremismi. E in questo caso il mio fastidio era forte per entrambe le fazioni. Ai primi rispondevo che primo, anche io sarei riuscita a lavorare fino alla fine dietro una scrivania e orario di ufficio, invece guarda un po' avevo un lavoro usurante, secondo, io volevo lavorare, peccato che l'azienda mi abbia calorosamente invitata a stare a casa, terzo tu non puoi sapere le mie motivazioni, quarto non devo rendere conto a te. Per i secondi la risposta era " se io voglio lavorare è mio diritto farlo, secondo non sono malata, terzo non devo rendere conto a te e non puoi sapere le mie motivazioni".

Le prime settimane "a casa per forza" furono per me noiose, fastidiose e ingiuste. Perché non mi toglievo dalla testa che se l'azienda avesse fatto il suo io avrei continuato tranquillamente a lavorare, e invece stavo lì sul divano con la mia maternità pagata, mentre avevo amiche in gravidanza ma libere professioniste che dovevano lavorare fino allo stremo anche se non ce la facevano più. Perché si sa, se sei libera professionista sei automaticamente ricca, quindi che te ne fai del sussidio di maternità?

Poi il momento in cui stare a casa era bello e necessario è arrivato. Mi serviva quello STARE IN ATTESA.

Dipingevo i muri della cameretta con i personaggi di Miyazaki. Cambiavo la disposizione dei contenuti dei cassetti fino a che non ero soddisfatta del tutto. Riordinavo, spostavo mobili e volevo essere sicura che fosse tutto pronto e in ordine.

Con Elena i raptus più divertenti, invece, mi venivano con la spesa. Ero solita andare in una azienda agricola locale per fare scorta di frutta e verdura. Una volta tornai a casa con il bagagliaio strapieno di cassette intere di frutta estiva. Non avevo nemmeno abbastanza spazio in cucina. Feci la foto della spesa e la mandai a una cara amica con scritto " questa storia del nesting deve finire!"

Ora con Elena la situazione lavorativa era diametralmente opposta. Ero passata al turbinio del lavoro autonomo e a quella situazione assurda dove appunto, sei freelance ergo, sei ricca o devi lavorare fino all'ultimo minuto.


Stavo funambolicamente in equilibrio tra la soddisfazione di poter continuare il mio lavoro e la stanchezza di quando "ok ma ora anche basta che ho bisogno del mio tempo, del mio spazio, del mio riposo, di pensare a questa bimba che sta per nascere". Anche perché avevo già un'altra bimba e non è che sguazzassi nella nullafacenza.

Con Filippo è stata un'altra dimensione spazio temporale ancora. Buona parte della gravidanza è stata in pieno lockdown.

Memore della gravidanza di Elena dove avevo lavorato fino a 37 settimane, avevo un piano, per lavorare il giusto e prendermi il mio spazio, il mio tempo, per stare in attesa, appunto.
Ovviamente il mio piano è andato a farsi benedire a fine febbraio 2020. Mi sono ritrovata in convivenza forzata 24/7 con le bimbe, senza poter andare a fare una passeggiata, dovendo rivoluzionare il mio lavoro, in un tempo sospeso tra desideri, doveri, bisogni di tutta la famiglia.

Poi alla fine ho mollato, e sono stata nel mio tempo. Sistemando più volte la stanza che avevamo preparato per il parto. Usando la mia voce per esprimere i miei bisogni di compagnia, di supporto, di isolamento, di coccole. Sistemando i vestitini e facendo spazio al fratellino in arrivo.

Prepararsi alla nascita, passa anche per questa storia strana e a volte senza controllo del nesting.

Corpo e mente viaggiano insieme, eppure siamo abituati a pensare che la nostra parte razionale debba essere sempre al timone. Ma che ci piaccia o no, abbiamo anche una parte istintiva, ormonale, che è fondamentale e che ha un ruolo importante quando ci avviciniamo alla nascita. Prepararci, preparare il nido viene dal lavoro della prolattina che si innalza nel terzo trimestre e che va a braccetto con l'ossitocina, l'ormone del legame.
Ammettere che siamo anche istinto, che gli ormoni devono poter fare il loro lavoro, non ci rende deboli.

Troppo spesso siamo portate a scegliere una dimensione di vita. Donna o madre, madre o lavoratrice, angelo del focolare o business woman.
Anche basta.


Ammettere di volere una dimensione della nostra vita appagante come donne e come lavoratrici non vuol dire che non si debba portare cura e amore al momento della nascita quando diventiamo madri.

Perché quella nascita c'è e ci sarà, ed è un passaggio tanto dei nostri bimbi quanto nostro. Quindi mi chiedo, quanto ci fa bene distaccarci da esso? Il nesting può essere strano, incontrollato, una apparente perdita di tempo e lucidità, eppure è parte di un processo biologico.

Chiederci di stare a casa quando dal lavoro viene anche la nostra soddisfazione non serve a nessuno. Ignorare i segnali del nostro corpo e del nostro cervello perché non voglio subire la gravidanza, essere schiava della maternità, alla fine forse ti porta proprio lì, a subirla, perché ci distacca da essa, proprio quando il bisogno di connessione si fa più forte.
Trovare questo equilibrio non è automatico.
Intanto però sì potrebbe partire dall'ascolto di noi stesse, dal comunicare i nostri desideri e bisogni, ricordandoci però, che sono i nostri, singoli, individuali e non verità assolute. E che ogni donna può trovare la propria strada per appagamento e connessione.