Se la lingua non langue il cervello la sa lunga

Qualche giorno fa sono andata nella classe della mia bimba più grande a leggere una storia. Si tratta di un progetto di collaborazione tra scuola e famiglia, che stiamo portando avanti difendendolo con le unghie e con i denti visto il periodo covid, ovviamente con tutte le precauzioni e accorgimenti del caso. Ho scelto di raccontare una storia in arabo, che man mano traducevo per i bimbi in italiano.
La cosa ha suscitato nei bimbi un po' di confusione all'inizio, che poi è diventata curiosità e infine voglia di condividere la propria identità linguistica. Io sono nato in inglese. Io sono nato in spagnolo. Io sono nata in italiano. Io sono nato in sammarinese. Così dicevano. Buffissimi, ma la cosa mi ha fatto riflettere. Per loro la lingua è già una questione identitaria. Loro sono nati in una determinata lingua. Affascinante no?
Altra cosa che mi ha affascinato è la plasticità e fluidità con cui hanno accolto una lingua mai sentita prima. Cioè il tutto sarà durato sì e no 20 minuti. Eppure sono passati da " ehmmm ma cos'è questa cosa?" A "wow, interessante, mi dici di più?". Alla fine ho consegnato loro dei cartoncini divisi in tre parti: una con il loro nome, una con il loro nome in arabo e una vuota in cui loro potevano ricopiare il loro nome in arabo. Lo hanno fatto. Subito. Senza problemi. Forte eh?
Questo ci dice che il cervello dei bimbi è predisposto all'apprendimento di più lingue. Ci dice che se sono curiosi, abbiamo l'opportunità di nutrire questa loro curiosità in ogni modo possibile. E questo può avere una vagonata di effetti positivi.

Mi spiego meglio.
Il cervello del bambino dalla vita intrauterina e nei primi tre/quattro anni di vita è bella sua fase di massima plasticità. Vuol dire che in questi anni, come esseri umani, impariamo di più di quanto faremo in tutto il resto della nostra vita.
Le neuroscienze hanno dimostrato che i neonati sono già in grado, appena nati, di riconoscere la lingua madre (bimbi di appartenenza linguistica differente, piangono con accenti differenti); e che anche se non c'è ancora la capacità di produrre suoni, vocaboli, c'è già la competenza di comprensione.
E per aggiungere motivazioni a favore dell'apprendimento linguistico, anche di più lingue aggiungo questa chicca, che è veramente super: chi conosce e pratica più lingue ha una probabilità di incappare in patologie neurologiche degenerative (leggi Alzheimer) prossima allo zero. Come è possibile? Semplice, allenarsi con codici linguistici diversi dal proprio, mantiene il cervello plastico. È come mantenere il cervello in forma e allenato.

Però, c'è un però.
In alcuni ambiti si tende ancora a vedere di cattivo occhio il bilinguismo, soprattutto in caso di famiglie dove il bilinguismo non c'è.
Io stessa ricordo che all'università, durante le lezioni di didattica delle lingue, ci fu insegnato che il bilinguismo va promosso solo in caso di reale bilinguismo in famiglia, altrimenti si fa solo un grande caos nella testa del bambino con il rischio di farlo iniziare a parlare più tardi. Io con la mia prima bimba avevo iniziato a proporle la lingua inglese, lasciando poi perdere con l'eco di questi insegnamenti nella testa. Con la seconda mi ci sono messa un po' di più, sentendomi più fiduciosa nelle nostre competenze e con il piccolo ormai l'inglese ha lo stesso spazio dell'italiano, anche me lo ha sentito tantissimo già dalla gravidanza.
Quando ho scoperto durante la mia formazione i benefici dell'avvicinare i bimbi alle lingue, ad esempio anche il fatto che lo studio delle lingue favorisce il Simon effect (ovvero la capacità di prioritarizzare le informazioni), mi sono sentita legittimata a riprendere questo percorso con i miei bimbi, nutrendo anche la mia passione per la lingua inglese. Grazie a queste conoscenze io mi sono ritrovata bilingue in età adulta, grazie all'esposizione alla lingua inglese sin dalla'asilo! Io trovo che sia un'opportunità fantastica! Quindi perché non coltivarla! E a quel punto mi è tornata in mente una cosa studiata all'università che va contro all'idea che "il bilinguismo non va bene perché crea confusione". Nell'ambito della mediazione linguistica, si fa riferimento a due competenze fondamentali: quella comunicativa e quella linguistica. Quella comunicativa, nel soggetto che sta imparando una data lingua è da considerarsi prioritaria, perché è quella che permette la comunicazione, un dialogo, anche quando magari ci sono delle imperfezioni a livello linguistico. Esempio: se un bambino o uno straniero che sta imparando l'italiano mi dice "io fame" capisco che è affamato. La frase è corretta? No! Ma io ho capito. La priorità è farsi capire, per soddisfare i propri bisogni. Il perfezionamento della lingua viene poi. Allo stesso modo, un bambino avvicinato al bilinguismo, che mi dice "I want acqua", non è confuso, o in ritardo, semplicemente sta dando priorità alla comunicazione, alla soddisfazione del suo bisogno e lo fa mettendo in campo tutte le risorse linguistiche che ha nel minor tempo possibile. Non pensate che ciò sia il top dell'efficacia?

Scommetto che vi è venuta voglia di provarci.

O magari avete dubbi perché voi con le altre lingue ci avete sempre fatto un po' a pugni?
Anche in questo caso, la possibilità di intraprendere questo percorso insieme ai vostri bimbi, c'è. Si tratta solo di capire quale modalità sia più adatta a voi!